giovedì 29 novembre 2018

Che cos’è il carico mentale?


Il fenomeno corrisponde a tutto il lavoro invisibile che permette di far funzionare efficacemente un ambiente domestico. Prima di parlare di suddivisione dei compiti nella coppia, si tratta di tutte le piccole cose alle quali le donne pensano di continuo. Pensare che presto non ci sarà più carta igienica è che bisogna aggiungerla sulla lista della spesa, che bisogna prendere appuntamento dal medico per i richiami del vaccino, prenotare i biglietti del treno per quest’estate, trovare un di sotto nero e un di sopra bianco per la festa di fine anno, rinnovare le iscrizioni alle attività dei bambini… Per potersi dedicare a queste cose, o anche per delegarle, bisogna anzitutto porvi il pensiero, ed è appunto questo che Emma denuncia nel suo fumetto: troppo spesso la donna resta sola a pensare a tutto, laddove il partner si pone in un atteggiamento attendista e trova logico che gli si chieda di fare le cose. La donna diventa allora il “capoprogetto del focolare”. Questo fenomeno la sociologa Susan Walzer l’aveva già identificato nel 1996 nel suo studio intitolato “Thinking About The Baby”. Dopo aver intervistato 23 coppie che avevano avuto figli nel corso dei precedenti 12 mesi, ne deduceva che le donne si assumono i pesi legati all’educazione del bambino e alla manutenzione dell’ambiente domestico già sul piano mentale, emozionale e intellettuale. La sociologa constata che le donne si preoccupano, organizzano e delegano più del loro compagno. Anche quando i lavoretti domestici sono equamente suddivise con il padre, sono sempre loro quelle che cominciano a stabilire la lista delle cose da fare. Insomma, tutto quello che avrebbe espresso Emma.Sotto il link della disegnatrice, su Facebook, sono fioccati gridi dall’anima di mogli, madri e concubine. Ad esempio Maëlle scrive: «Mi parla così a fondo che mi ha fatto piangere! Eppure ho un convivente di cui non posso affatto lamentarmi, che fa un sacco di cose che neanche devo stare a chiedergli di fare. Ma sto sempre a pensare a quello che va fatto, a casa e fuori. Non mi riposo mai…»

Prima di diventare così virale in Francia, l’argomento era già stato oggetto di polemica Oltreoceano, lo scorso dicembre, quando Ellen Seidman, mamma di tre bambini, aveva condiviso sul proprio blog un poema sul fenomeno: «Sono quella che si rende conto di…». E spiegava: «Il dentifricio è già finito, come pure il collutorio al gusto di gomma da masticare e il filo interdentale». «Sono io quella che si rende conto che… non abbiamo più barrette di cereali, merendine, frutta secca o compresse di legumi, e tanti altri snack che ci salvano la vita». Ed enumerava tutti i pensieri stressanti che ogni giorno si aggiungono alla to do-list mentale delle donne.
Un fenomeno percepito differentemente a seconda delle età della vita
La donna sembra perseguitata dal fenomeno del carico mentale in ogni momento della propria vita: che sia una ragazza che convive, una neomamma o una moglie agguerrita.

Camille, 30 anni e madre di due bambini piccoli, commenta: «Prima di sposarmi e di avere bambini, già risentivo il fenomeno in cose semplicissime come il fatto di pensare a comprare il dentifricio, riflettere sulla decorazione dell’appartamento… ho l’impressione che gli uomini invece abbiano la tendenza a lasciarsi trasportare, dal momento in cui si mettono con qualcuno». Eppure afferma che tutto questo le scivolava abbastanza addosso, prima di aggiungere: «La cosa cambia con l’arrivo del primo bambino».

Nel suo fumetto, Emma descrive il circolo vizioso nel quale restano impantanate le giovani mamme. Mentre il papà torna al lavoro appena 11 giorni dopo il parto, la madre si ritrova a smaltire tutto un ventaglio di cose da fare per gestire la quotidianità del neonato. Alla ripresa del lavoro, la donna preferirà continuare a fare quelle cose invece che delegarle al padre… semplicemente per fare prima.

«Durante la gravidanza, tutto il carico mentale riposa naturalmente sulla madre, poiché è lei che porta il bambino. È lei che prende gli appuntamenti per le ecografie, cura di essere seguita dal medico…», confida Camille. «In maternità, visto che si ha tutto il tempo da dedicare al bambino, s’innesca tutta una dinamica: per forza di cose si ha più tempo per comprare i vestiti del bambino, preparare i pasti e curare gli appuntamenti medici. Ma l’altro non si rende necessariamente conto dello stato di spossatezza che rappresenta questo carico mentale. Alla fine ci si sente incomprese. Dopo la nascita del mio secondo figlio avevo la percezione che questo carico diventasse una piovra, ed ero arrivata talmente vicina al burn-out che non vedevo l’ora di tornare a lavorare».

È proprio alla ripresa del lavoro che casca l’asino, allorché la mamma fatica molto ad assumersi insieme il proprio carico mentale personale e professionale. Per Camille, «malgrado tutto cerchiamo di tenerci questo carico mentale per mantenere il legame col bambino. Però bisogna saper mollare la presa e agire rapidamente fin dalla ripresa, prima di trovarsi totalmente sommerse».

Come fare del carico mentale un progetto portato in due?
Mollare la presa prima di trovarsi sommerse, la questione è proprio lì. Alcuni internauti l’hanno ben capito, come David, che sotto al fumetto di Emma commenta: «Se volete che la smettiamo di essere dei meri “esecutori”, forse dovreste smetterla voi di dirci – quando facciamo qualcosa senza prima consultarvi – che la stessa si sarebbe dovuta fare in altro modo, anzi che non bisognava farla affatto… Certo che facciamo le cose in modo molto diverso, rispetto a voi, ma c’è poco da discutere: è il nostro modo di fare. Quando uno si abitua a sentirsi sempre dire che non bisognava fare così, e ci si sente dire come le cose vanno fatte, alla fine si rassegna ad attendere semplicemente le direttive e gli “ordini”». Chi non si riconosce nell’analisi di David scagli la prima pietra.Isabelle Nicolas, terapista di coppia, conferma l’importanza del saper passare la mano all’altro: «Non si tratta di delegare, ma di passare la mano e lasciar fare chi di dovere. Se le cose non vengono fatte come si vuole che vengano fatte, bisogna tenersele così e mordersi la lingua».

Secondo lei, il carico mentale non è una fatalità femminile e possiamo decidere di ripartirla in seno alla coppia: «Una coppia e una famiglia sono due adulti che creano un sistema. Niente va a posto spontaneamente. Se uno si aspetta che le cose si organizzino da sé, non accade niente e uno dei due finisce per gestire tutto da solo. Bisogna realmente decidere di ripartire il carico mentale tra marito e moglie, e che ciascuno diventi capoprogetto nel proprio settore».

Come in un’impresa, si tratta di fare brainstorming per mettere in atto un sistema che corrisponda bene al progetto di vita della coppia. Questo ingranaggio potrà certamente evolversi col mutare delle situazioni professionali e delle aspirazioni personali dei coniugi. Così si potrà essere una volta “capo del progetto spese” e poi passare alla gestione del progetto delle attività extrascolastiche dei bambini in un altro momento della vita. L’essenziale è che ciascuno gestisca il proprio progetto dalla A all Z, e questo include evidentemente il carico mentale legato all’argomento. Eppure Isabelle insiste sul fatto di non avere un àmbito riservato: «Anche quando si è capoprogetto, bisogna sempre consultare l’altro, che non deve diventare uno straniero a casa propria».

Per mettere in opera un’organizzazione che funzioni, Isabelle consiglia di scrivere nella propria agenda professionale i compiti personali da gestire, ma pure di avere un calendario di riferimento, a casa, dove sono annotati gli imperativi di ciascuno. Se un giorno uno ha una riunione a un’ora inattuale, l’altro deve saperlo per potersi organizzare e far evolvere la propria gestione del progetto.

«L’importante è non restare ficcati in un sistema che non ci aiuta. Se sopraggiungono in uno dei due un cambiamento di stato d’animo o un esaurimento, bisogna parlarne per cambiare la procedura prima di sentirsi completamente sommersi. In ogni caso, se si vive male qualcosa e non si dice niente, si porta la responsabilità che la cosa perduri».

E prosegue: «C’è una soddisfazione indicibile nel gestire insieme l’ambiente domestico: si crea un’ammirazione reciproca! Che bello sapere di poter contare sull’altro coniuge, che bello ammirare che contribuisca a tenere in piedi il nostro progetto di vita comune!». Tra due buoni consigli, Isabelle condivide pure una bella frase, che suo marito dice regolarmente ai loro amici e alle giovani coppie che preparano al matrimonio: «Non è che aiuto mia moglie: io gestisco con lei la nostra casa». Da rifletterci su…

lunedì 9 gennaio 2017

Leonesse


di Silvana De Mari.

Oggi ci fermiamo un attimo e parliamo di leonesse. E quindi di leoni.
Ho già accennato che sto per fondare la brigata "due più due fa quattro", dove combatteremo fino alla morte per difendere l'ovvio. Il mio post dove spiegavo l'assoluta differenza e complementarità tra maschi e femmine, è rimbalzato sul web, raccogliendo numerosi commenti. Rispondo a uno dei più buffi: le leonesse, che sono femmine, sono vere combattenti. Le leonesse non sono combattenti: le leonesse sono semplicemente carnivore. Una leonessa in quanto femmina ha la competitività e l'aggressività molto basse. Se voi vi trovate davanti a una leonessa, la leonessa vi sbrana, ma voi, come il vostro cagnolino che le ha fatto da aperitivo, come la gazzella tanto carina, come lo gnu neonato, non siete qualcuno con cui compete: voi siete pappa. Una dolcissima leonessa vi sbrana senza per questo essere aggressiva, esattamente come la mia dolcissima nonna andava a tirare il collo a una gallina tutte le volte che uno dei suoi figli aveva il raffreddore ( o qualsiasi altra patologia nota) e bisognava fare il brodo di pollo per curarlo ( il brodo di pollo cura tutto). La dolcissima leonessa non sbrana la gazzella, lo gnu, il cagnetto, voi con aggressività, esattamente come la foca non ci mette aggressività a mangiarsi le aringhe, la balena a mangiarsi il krill, e la vacca a mangiarsi l'erba ( siete sicuri che gli steli non soffrano?) L'aggressività, che è potente solo dove c'è testosterone, è quella tra due tizi della stessa specie, non tra un rappresentante di una specie e la sua pappa. La pappa sta nella casella pappa, la competizione con individui della stessa specie sta nella casella aggressività, e qui ci va il testosterone. Sono due caselle diverse. La leonessa non è meno brava del leone a cacciare, ma non è capace di difendere il territorio dove cacciare. Un carnivoro è un carnivoro; quello che mangia e la capacità di procurarselo non hanno nulla a che fare con l'aggressività , che è interspecifica ( all'interno della stessa specie) e la competitività, anche essa interspecifica. La leonessa può muoversi e cacciare e allevare i suoi cuccioli solo all'interno di un territorio, un territorio segnato e difeso da un maschio.I maschi difendono il territorio, come sanno i proprietari di cani maschi e i postini. Difendono il territorio gallo e toro e smettono di farlo se si amputano le gonadi: bue e cappone non difendono il territorio. Mi sto ripetendo perché secondo me questo concetto non è chiaro nella mente di molti. La leonessa Marisa ha avuto i cuccioli dal leone Marco. Può cacciare con serenità nel territorio segnato e protetto da Marco. Quando arriva il branco di iene Marco le allontana, quando arriva il bufalo, ci pensa Marco, non Marisa. Quando arriva un altro leone Pippo , Marco deve cacciarlo. Se Pippo fosse più forte e uccidesse Marco, dopo di lui ucciderebbe i suoi cuccioli, li ucciderebbe davanti a Marisa, che non ha la potenza di fermarlo, così che senza cuccioli lei torni rapidamente all'estro, lui possa montarla e avere dei cuccioli suoi. Lo stesso avviene tra i leoni marini, le foche e un mucchio di altri. Se non c'è il padre a proteggerli, altri maschi uccidono i cuccioli per avere i loro discendenti con quella femmina. Esattamente quello che succede alla fine della guerra di Troia: il figlio di Ettore ucciso e sua madre che diventa schiava. Dove non c'è più il loro padre a proteggerli, i cuccioli aumentano il rischio di essere uccisi. Ho raccontato questa storia per chiarire che l'idea che madre natura è un'arcigna megera. (Che noi uomini siamo tanto cattivi, mentre gli animali sono angelici è una delle ennesime fesserie di questa epoca) e per spiegare che la violenza fa parte della vita. Ci vogliono i leoni maschi per proteggere i cuccioli. e questo vale anche per noi. Io ho sempre saputo che se qualcuno mi avesse toccato, mio padre lo avrebbe fatto a pezzi, anche a costo di morire nell'impresa, e questo era il suo compito. Ora immaginiamo che Marisa sia un'ottima cacciatrice, e dica "Io sono mia" io non ho bisogno di nessuno, io sono stufa, io il territorio me lo difendo da sola, e manda via Marco: i suoi figli non hanno più difesa.
Quando non c'è più un uomo, quando il padre è morto, o se ne è andato, o è stato mandato via, in una di queste disastrose evenienze aumenta il livello di ansia dei figli, a volte cominciano gli attacchi di panico. Noi femmine il territorio non lo sappiamo difendere, non lo sappiamo difendere perché non è compito nostro, e quando il padre non c'è più i figli stanno svegli di notte, perché gli orchi esistono, non è vero che non esistono, non è vero che si fermano a parole. I popoli dove il maschile ha travolto il femminile e lo ha azzittito, il mito della guerra di conquista domina ogni pensiero. I popoli dove il femminile prevale sul maschile non hanno più la capacità di difendere il territorio e credono che la libertà e la vita siano possibili senza combattere. Perché se un uomo ha tutta la sua potenza, se la sua donna non gliela ha tolta col disprezzo, ma anzi l'ha aumentata, stando dalla sua parte sempre facendo il tifo per lui, un uomo è in grado di difendere il figlio. Un uomo è in grado di dare un pugno sul tavolo e dire no, al figlio che vuole farsi di spinelli che vuole andare al rave party. Dove non c'è un uomo, un padre è più facile a un sedicenne con gli attacchi di idiozia che a 16 anni sono la norma dire la fesseria del secolo che è "smetto di andare a scuola, che sono stufo" "smetto di lavarmi" "smetto di uscire dalla mia stanza". Per favore non mi scrivete che a casa vostra è zia Carmela che la mette giù dura e Zio Ugo è un mollaccione. Stiamo parlando di statistica: il 90 % delle donne è più accogliente del 90% degli uomini. Il 90% degli uomini ha più coraggio e senso dell'autorità del 90% delle donne. Voi siete un'eccezione? Fate parte del 10%. Una minoranza. Dove c'è un uomo e tutta la sua potenza il compagno della madre dell'amichetta non entra nella casa dove c'è la bambina di sei anni e lei non volerà dalla finestra. I pedofili hanno la capacità incredibile di localizzare il bambino che non ha un padre che lo difenda con tutta la sua ferocia. In effetti i grandi paladini della pedofilia hanno avuto come primo scopo l'abbattimento dell'autorità paterna, prima bisogna levare di torno Marco. Chi sono i grandi paladini della pedofilia? Quelli che hanno scritto a suo favore? Jean-Jacques Rousseau, Simone de Beauvoir e ovviamente Jean-Paul Sartre, Daniel Marc Cohn-Bendit detto Daniel il Rosso perché il 68 lo ha cominciato lui. Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che può essere considerato il profeta dell'educazione relativista e illuminista, ha cinque figli dalla sua compagna e, poiché questi sono figli reali e non astratti come L'Emilio, egli se ne libera rapidamente depositandoli, dopo ogni nascita, nell'ospizio dei trovatelli. Quest'uomo che crede nella assoluta bontà delle sensazioni e ignora la tendenza umana al piacere disordinato ed egoistico, a Venezia si compra per pochi franchi una bambina di dieci anni per allietare sessualmente le sue serate .
Cfr. R. Guiducci, La Storia di un contestatore sconfitto, pagg. 1-68 (pag. 32); in J.-J. Rousseau, Le Confessioni, Introduzione di Roberto Guiducci; traduzioni e note di Felice Filippini, Biblioteca Universale Rizzoli, aprile 2001, pag.28.
Jean Paul Satre Simone de Beauvoir (1908-1986), Michel Foucault, Jack Lang, futuro ministro francese, firmarono una petizione in cui si reclamava la legalizzazione dei rapporti sessuali coi minori . gli articoli erano su Liberation,
Simone de Beauvoir, ha lavorato due anni nella radio di Vichi, era una collaborazionista filonazista.
Nel 1943 fu sospesa dall’insegnamento. In realtà aveva sedotto una giovanissima allieva, ma per metterla nel letto di Sartre, con cui ha avuto sempre dei rapporti servili, topo padrone e schiava.
in realtà molta parte delle sinistra post sessantottina inneggia alla libertà sessuale del bambino, e al crollo del tabù borghese, come viene chiamato. Anche la Gran Bretagna non scherzò.
Era il 26 gennaio 1977 quando, in nome della “liberazione sessuale dei bambini”, il quotidiano francese Monde, faro della gauche, pubblicò una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia
Ha firmato un manifesto a favore della pedofilia , pubblicato su Liberation.
Insieme a quell'altro genio di Sartre.
Ma se non abbatti il padre, alle pudenda del bambino non ci arrivi. Prima occorre trasformare le donne in vittime e i maschi in carnefici , poi hai mano libera non solo sui bambini , ma su tutti. Dove la famiglia sia annientata il potere dello Stato (maiuscolo , il nuovo Dio) è assoluto.
Le affermazioni di Vendola e Busi sul diritto alla sessualità dei bambini potete trovarle sul Web, è già che ci siete cercate le dichiarazioni di Mario Mieli, visto che il circolo Mario Mieli di Roma è considerato ente morale e finanziato con il denaro pubblico per entrare nelle scuole a insegnare l'etica. Mieli parla del potere salvifico di pedofilia , necrofilia e coprofagia. Peraltro la pedofilia, "il diritto del bambino alla sessualità , è una dei capisaldi del 68, non di tutto, certo , è molti lo ignorano, sia nella teoria che nella pratica. Daniel Cohn Bendit attualmente deputato europeo ha scritto pagine sul diritto alla sessualità del bambino, negata dalla società borghese e dal Cristianesimo , che anzi raccomandava a chi scandalizzerà questi piccoli che meglio sarebbe per loro una macina al collo che li trascini sul fondo . Bendit faceva il maestro d'asilo in un asilo alternativo e spiegava come spesso i bambini andassero a chiedergli di potergli aprire la patta dei pantaloni e toccarlo. Se uno dei padri di uno di questi bambini fosse stato mio padre o mio marito, a Daniel Cohn Bendit avrebbe fracassato fisicamente tutte le ossa. Non è vero che la violenza è sempre sbagliata. C'è un tempo per la pace e un tempo per la guerra. La violenza del padre per proteggere il figlio è un punto essenziale della sua sicurezza e della sua educazione. Io ho sempre saputo se qualcuno mi avesse fatto del mare, i carabinieri sarebbero stati l'ultimo dei suoi problemi: mio padre lo avrebbe massacrato. Se qualcuno avesse fatto del male a mio figlio, se si fosse fatto "toccare" da lui, mio marito lo avrebbe massacrato.
i Comunque la pedofilia ha segnato due anni fa un punto importante . L'associazione psichiatri americani, APA, che da 60 anni regna sul mondo controllando e dirigendo tutti gli ordini di psicologi , ha dichiarato che la pedofilia non è una perversione sessuale , ma un normale orientamento sessuale.
Il primo gradino, quindi, per affermare la pedofilia è stato l'uccisione del maschio occidentale. Sempre più filosofi e pensatori, Pasqal Bukner, Guido Risè, i primi si sono accorti che è stato assassinato il padre. Quindi cominciamo a darci da fare per riportarlo in vita, perché ci serve.
Silvana De Mari.

articolo originale: blog di Silvana de Mari

venerdì 10 luglio 2015

Come nascono i capricci

Utilissimo articolo di Paolo Roccato (pubblicato sul bimestrale "Un Pediatra per Amico" maggio giugno 2007) su come capire e gestire i capricci dei bambini



Quella dei capricci è una questione difficile e delicata, perché, nel momento del capriccio, noi genitori sentiamo l`angoscia e la rabbia nostra che cresce assieme all`angoscia e alla rabbia del bambino. Sentiamo la provocazione, la sfida, ma anche il senso di impotenza: nostro, sì, però anche suo. E la delusione, e la pretesa, e lo sconforto: nostri, ma anche suoi. È facile, allora, che perdiamo le staffe e assumiamo comportamenti reattivi (di cui, magari in tempi successivi, è probabile che ci pentiremo): o eccessivamente restrittivi, o eccessivamente permissivi. Atteggiamenti comunque eccessivi.
È allora importante potersi orientare, almeno a grosse linee, sia per cercare di prevenire i capricci, sia per riuscire a venirne a capo in modi adeguati, una volta che il capriccio è scoppiato.


I capricci sono fenomeni relazionali. Troppo spesso viene da considerare il capriccio come fosse una cosa che riguarda soltanto il bambino. Con l`aggettivo “capriccioso”, si è tentati di ridurre il capriccio addirittura a una caratteristica personale del bambino. Ma non esiste nessun bambino che faccia un capriccio quando si trova da solo. Perché si strutturi un capriccio, è necessaria la compresenza del bambino e di un qualche adulto cui il bambino è e si sente affidato. I capricci, infatti, sono fenomeni relazionali. Nascono all`interno della relazione, si svolgono all`interno della relazione e mirano (sia pure malamente) a modificare qualche cosa di importante nella relazione.


I capricci si svolgono sempre su due piani. Sembrerebbe impossibile che un bambino sia davvero angosciato e davvero furibondo solo perché, per esempio, al supermercato vuole il gelato e la mamma non glie lo vuole comprare. Sembra davvero una assoluta insensatezza che dia tutta quella importanza a un gelato. Anche per questo il suo capriccio suscita risposte così irritate e controaggressive.
Il fatto è che i capricci si svolgono sempre su due piani: l`uno, quello esplicito, che coinvolge cose sciocche pressoché irrilevanti per entrambi i partner relazionali (come il gelato dell`esempio); l`altro, quello importante, implicito, di cui entrambi non sono consapevoli, se non in modo piuttosto vago. Per di più, quasi sempre ne è un pochettino più consapevole il bambino che non il genitore.


Il piano esplicito. Qualsiasi oggetto, o azione, o evento, o possibilità può essere il centro attorno al quale si struttura il piano relazionale esplicito del capriccio. Da parte dell`adulto, la cosa per cui viene scatenato il capriccio è sempre considerata di per se stessa una sciocchezza: o per la qualità (“Ma insomma: basta! Non è che un gelato!”), o per la quantità (“Smettila! Te l’ho già preso tre volte, oggi!”). Al contrario, per il bambino la cosa sembra avere assunto un`importanza assoluta, quasi fosse questione di vita o di morte. Il fatto è che, sotto sotto, anche per il bambino la cosa esplicita non ha un grande valore di per se stessa. Ha valore, sì, ma come rappresentante di quello che si svolge sull`altro piano: quello importante, quello implicito.


Il piano importante, implicito. Il piano importante, implicito, quasi mai è immediatamente evidente, anche se gli indizi di esso sono sempre squadernati lì davanti agli occhi, pronti ad essere decifrati per chi li sappia cogliere. Il bambino fa di tutto (malamente, purtroppo per entrambi) per far cogliere all`adulto questi indizi, però senza quasi mai riuscirci, soprattutto a causa dei modi rabbiosi, rivendicativi, irritanti messi in atto.
Quello che si gioca sul piano importante, implicito, può riguardare molti aspetti della vita mentale e relazionale del bambino, della vita mentale e relazionale dei genitori, e - direttamente - della relazione tra il bambino e l`adulto cui egli si trova affidato (che non è detto debba necessariamente essere uno o entrambi i genitori). I più frequenti aspetti in gioco (visti dalla parte del bambino) sono i seguenti:
a) “Ho bisogno di un segno concreto del tuo amore per me, perché non sono sicuro che tu (in questo momento, o in questo periodo, o in ogni momento) mi ami”.
Questo bisogno di rassicurazione sull`essere amato può dipendere da moltissime circostanze. Potrebbe essere che il genitore in quel periodo è davvero distratto da preoccupazioni e problemi “da grandi”, che lo allontanano mentalmente e magari anche fisicamente dal bambino (questioni di lavoro, disgrazie, difficoltà economiche, difficoltà relazionali col partner amoroso, studio, attesa di una promozione, forte interesse per qualche cosa, ecc.).
Può essere che il bambino dubiti dell`amore dei genitori per lui, perché è in arrivo (o è già arrivato) un fratellino o una sorellina. “Che bisogno avevano di farne un altro? Forse li ho delusi”.
Il bambino potrebbe essere angosciato perché ha sentito che mamma e papà intendono separarsi, o ha visto che realmente si sono separati. “Se si separa da papà, magari questa qui si separa anche da me, e io resto tutto solo”.
Ma ci possono essere altre motivazioni, quali il sentirsi in colpa verso l`adulto: “Ho bisogno di essere rassicurato che la mia colpa non ha fatto venir meno il tuo amore per me”. Oppure: “Mi sento trascurato su qualche cosa di importante per me, per cui ho bisogno di un gesto concreto che mi testimoni che mi vuoi bene”; “Sento te come distratto, addolorato, depresso, preoccupato, fragile, bisognoso, confuso, entusiasta per qualcosa d`altro, ecc., per cui temo (o percepisco) di avere perduto il tuo amore, e cerco una rassicurazione. Ho bisogno di mettere te alla prova”.
b) “Ho bisogno di sapere quanto potere ho io, sia in assoluto sia nella relazione con te”.
Il potere è quella funzione relazionale che fa sì che un`altra persona faccia qualche cosa che altrimenti non farebbe. “Ho bisogno di mettere me alla prova”. Posso anche avere bisogno di verificare quanto tu accetti che anche io possa avere un po` di potere su di te, e non solo tu su di me. Posso, infatti, essere angosciato sia se ho troppo potere sia se ne ho troppo poco. Ho bisogno di verificare quanto potere ho, da un lato per non sentirmi in balia soltanto di me stesso (cioè: non affidato a nessuno), e dall`altro lato per non sentirmi schiacciato dalla prepotenza degli altri, te compreso.
Percepire di avere un effettivo potere è spesso una scorciatoia per riuscire a percepire se stesso come soggetto della propria vita e della propria esperienza nella propria rete relazionale, e non come sottomesso. Certi atteggiamenti realmente prepotenti, realmente “sadici”, nascono dall`incapacità di soddisfare in altri modi il fondamentale bisogno di sentirsi riconosciuto come soggetto.
c) “Ti segnalo che non stai gestendo adeguatamente il tuo potere con me, mentre io ho bisogno che tu lo eserciti adeguatamente, in modo più chiaro, coerente ed esplicito, così che io possa orientarmi meglio e trovare così sicurezza”. In questo caso, col capriccio il bambino provoca l`adulto, per poter avere la percezione di essere importante per lui. Gli segnala che ha bisogno che nelle interazioni con lui vengano attivate funzioni “paterne”, benevoli ma ferme, che sanciscano i limiti e le regole. Ha bisogno, in sostanza, che l`adulto gli dica “No”, con fermezza e con chiarezza.
Spesso, quella di ricevere regole ben definite e vincolanti è un`esigenza di percepire attorno a sé un mondo in cui ci si possa muovere con una sufficiente sicurezza, come potrebbe essere per noi adulti l`esigenza che si installino dei chiari ed univoci segnali stradali nel traffico convulso. La fermezza, la coerenza e la sensatezza nel porre le regole fanno parte dell`amorevolezza. E il bambino lo sente.
d) “Ho bisogno di sapere se la persona cui sono affidato è sufficientemente stabile e forte”.
Poche cose sono così angoscianti per un bambino come il constatare che l`adulto cui è affidato è una specie di fragile marionetta in suo potere. L`insicurezza devastante che ne deriva talvolta viene dal bambino affrontata assumendo lui la parte di quello “forte”, che impone il proprio volere. Ma, inevitabilmente, lo farà come può farlo un bambino, senza gran che di esperienza di vita. Sarà, allora, una specie di caricatura di “forza” e di “sicurezza”. Tenderà, così, ad assumere atteggiamenti dispotici, dittatoriali, che rischiano addirittura di intimidire l`adulto insicuro, soprattutto se si sente per qualunque motivo colpevolizzato verso il bambino medesimo.
e) “Ho bisogno di sapere che non sono solo affidato a te, ma che ho anche un certo grado di autonomia da te”.
Fin dall`epoca dell`allattamento il bambino ha, sì, bisogno di affidarsi e di dipendere dalla mamma, ma ha anche bisogno di sentire riconosciuto un certo grado (all`inizio piccolissimo) di autonomia (nel ritmo e nella durata della suzione, per esempio).
Quando un bambino sente preclusa ogni possibilità di riconoscimento delle sue proprie competenze e del suo proprio realistico grado di autonomia, è possibile che, prima di disperarsi del tutto, cerchi di “forzare” l`adulto con dei capricci. Il guaio è che, di solito, in tal modo ottiene il risultato opposto: si fa percepire, infatti, come troppo piccolo, inaffidabile, “capriccioso”, da tenere ancor più sotto tutela.
f) “Ho bisogno di percepire me come soggetto della mia vita e ti segnalo la necessità che tu te ne accorga e che mi riconosca in questo mio bisogno”.
Per il benessere psichico e relazionale, un elemento di base indispensabile è avere la possibilità di sentirsi, di essere, e di essere riconosciuto dagli altri come soggetto della propria vita e della propria esperienza. Il bambino ha bisogno che sia sistematicamente riconosciuto dagli adulti che si occupano di lui il valore del suo sentire, del suo pensare, del suo desiderare e del suo volere. Questo non vuol dire che gli si debba dare il potere su tutto e su tutti, o che si debba sottomettersi al suo pensiero o al suo sentire, o che ogni suo desiderio debba essere legge. Quello che lui sente, pensa, desidera e vuole è importante, se ne tiene conto, ma deve inserirsi nel mondo complessivo guidato dagli adulti, in cui le leggi le stabiliscono i grandi. Per il bambino, come del resto per tutti noi, è più importante sentirsi riconosciuto come soggetto desiderante, piuttosto che non ottenere la cosa desiderata. Si può riconoscere che, sì, il gelato è una gran bella cosa (anche se i dietisti, giustamente, non sono affatto d`accordo...), ma che questa volta non lo si compera.


Ricapitolando e precisando: gli ambiti in cui si muovono le interazioni sul piano relazionale importante, implicito, del capriccio sono, dunque: l`amore; il potere mio; il potere tuo; la forza, la stabilità e la chiarezza; l`essere affidato e l`essere emancipato; la soggettività.
Comunque sia, tanto sul piano relazionale esplicito di superficie, quanto su quello implicito, nell`attivarsi di un capriccio avvengono delle interazioni che è possibile riconoscere e che è necessario gestire in quanto tali su tutti due i piani. Il bambino, nel momento in cui chiede qualche cosa attraverso un capriccio, immette sui due piani della relazione almeno quattro elementi: 1) il desiderio di superficie (per esempio: il famoso gelato), collegato con il bisogno profondo (per esempio: la rassicurazione sull`essere amato, o la chiarezza del rapporto di potere); 2) l`aspettativa deludente e angosciante che il desiderio di superficie non verrà soddisfatto e che il bisogno profondo verrà misconosciuto; 3) l`espressione rabbiosa e la protesta contro questa prevista frustrazione; 4) la spinta per costringere l`interlocutore a modificare il proprio atteggiamento.
È ben comprensibile, allora, che l`adulto, che si sente investito dalla turbolenza di queste “onde” relazionali (angosciate, accusatorie, pretestuose, rabbiose), possa perdere l`orientamento e annaspare.
Si resta spesso fissi sul piano di superficie. Per come si presenta il fenomeno “capriccio”, quasi mai i due che vi si trovano coinvolti (bambino e adulto) arrivano a cogliere e a “negoziare” il rapporto sul piano relazionale importante, che così rimane implicito: si fermano (quasi) sempre al solo piano di superficie, che, come entrambi più o meno chiaramente sanno, è pretestuoso. Questo ingenera frustrazione e rabbia in entrambi, sia nel mentre che si svolge la relazione del capriccio sia dopo, quando il capriccio è stato accantonato.


Quasi mai il capriccio viene superato. Per fare questo, è indispensabile che sia individuato il piano importante implicito e che le interazioni proseguano su quel piano, abbandonando quello pretestuoso di superficie. Anziché risolto o superato, quasi sempre il capriccio viene accantonato, perché le interazioni permangono fino alla fine dell`episodio solo sul di per se stesso irrilevante piano pretestuoso, e lasciano immodificata ogni cosa sul piano importante, implicito.
L`uscita dall`episodio relazionale del capriccio, infatti, quasi sempre avviene quando uno dei due “cede”, “dandola vinta” all`altro sul piano pretestuoso, cosa che risulta frustrante per entrambi i partner relazionali, e che lascia in entrambi uno strascico di rancore e livore. Entrambi si sentiranno cattivi, e quindi in colpa: sia il “vincitore” sia il “vinto”, comunque siano andate a finire le cose.


La rabbia. La rabbia che investe i partner relazionali durante l`episodio “capriccio” ha molte motivazioni, la principale delle quali è il senso di impotenza legato al fatto che si percepisce che ci si sta occupando di una stupidaggine, mentre il vissuto è quello di chi sta trattando qualche cosa di vitale. È principalmente l`equivoco che fa arrabbiare, il sentirsi non capiti, non considerati e, soprattutto, contraddetti su qualcosa di importante che viene misconosciuto. E che permane misconosciuto, anche quando uno dei due la spunta. In ogni caso i due restano rabbiosi, anche quello che viene accontentato, sia esso il genitore o sia il bambino.
Pubblicità televisiva e capricci. La pubblicità televisiva, nella quale sono quotidianamente immersi i nostri bambini (come del resto noi genitori), favorisce gli equivoci fra oggettino posseduto e realizzazione di sé, fra oggettino donato e relazione di amore. Essa è, quindi, un potente terreno preparatorio per l`instaurarsi della relazionalità “capriccio”, che, per l`appunto, è strutturata sulla sostituzione di un piano profondo importante con un effimero piano superficiale concreto.
Attenzione: non tutto è “capriccio”. Ci sono espressioni eclatanti di angoscia disperata che non sono “capricci” e che sarebbe deleterio considerare tali. In esse, è differente la struttura relazionale: manca il livello superficiale esplicito concreto (come il gelato dell`esempio ricorrente).
Il bambino, per esempio, si rotola per terra, gridando disperato che a scuola non ci vuole andare. È visibilmente angosciato, ma sembra non sapere o non osare dire perché. Al bambino viene da imboccare la strada di questo tipo di attivazione relazionale così clamorosa (anziché le usuali modalità comunicative) quando sente o pensa di non poter trovare ascolto o aiuto per ciò che lo angoscia oltre misura. Può essere che si vergogni o che si senta in colpa a mostrare ai genitori la propria angoscia e la situazione che la genera, e che dia per scontato che o non verrà creduto, o verrà disprezzato, o verrà sgridato e punito.
L`angoscia può essere innescata dalla paura per un pericolo reale (Per esempio: “Ci sono dei grandi che mi minacciano”), o per la previsione di una intollerabile umiliazione (“Dovrò cantare davanti a tutti, e non sono capace”).
Queste comunicazioni disperate devono essere prese molto sul serio, facendo sentire al bambino che si ha una genuina intenzione di capirlo e di aiutarlo, e che si sta dalla sua parte. Bisognerà cercare di comprendere che cosa lo angoscia e perché, aiutandolo poi ad affrontare la situazione in modi realistici ed efficaci, magari inventando insieme opportune “strategie”. Spesso, già il solo percepire di essere stato preso davvero sul serio costituisce un valido aiuto, che facilita in lui il reperimento e l`attivazione di proprie adeguate risorse.

Paolo Roccato - "Come nascono i capricci"

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"La donna è chiamata a ricordare all’uomo il bene e il bello di cui lui è capace e che lui tende a dimenticare quando vive al ribasso. La donna aiuta l’uomo ad alzare lo sguardo verso il di più, l’umanità è affidata alla donna, che prima ancora dell’uomo, vede l’uomo.
Forse nell’ansia di emanciparci ci siamo dimenticate di quanto sia preziosa la nostra chiamata, e ci dimentichiamo che invece la nostra fragilità non è una debolezza, ma è ciò che ci rende capaci di fare spazio, di essere fondamentali quando entra in gioco la vita. La donna fa spazio, allarga, l’uomo mette i confini, costruisce i muri, a cui poi possono appoggiarsi i ponti, ma sempre a partire da un’identità salda, che l’uomo aiuta a costruire per tutta la famiglia.
La donna e l’uomo quando decidono di stare insieme, magari sull’onda del sentimento, forse non sempre sanno a quale fatica andranno incontro: è un lavoro su di sé continuo quello che stanno cominciando. La donna dovrà rinunciare alla sua volontà di controllo sull’uomo, alla sua tentazione di manipolarlo, per imparare un amore libero che sa partire dal bene che c’è, e accoglie e riceve senza chiedere, controllare, misurare. E anche l’uomo deve fare un lavoro su di sé, per vincere la sua tentazione dell’egoismo, la tentazione di tenere una parte di vita per sé, non totalmente coinvolta, non totalmente spesa."


 

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