Utilissimo articolo di Paolo Roccato (pubblicato sul bimestrale "Un Pediatra per Amico" maggio giugno 2007) su come capire e gestire i capricci dei bambini
Quella dei capricci è una questione difficile e delicata, perché, nel
momento del capriccio, noi genitori sentiamo l`angoscia e la rabbia
nostra che cresce assieme all`angoscia e alla rabbia del bambino.
Sentiamo la provocazione, la sfida, ma anche il senso di impotenza:
nostro, sì, però anche suo. E la delusione, e la pretesa, e lo
sconforto: nostri, ma anche suoi. È facile, allora, che perdiamo le
staffe e assumiamo comportamenti reattivi (di cui, magari in tempi
successivi, è probabile che ci pentiremo): o eccessivamente restrittivi,
o eccessivamente permissivi. Atteggiamenti comunque eccessivi.
È
allora importante potersi orientare, almeno a grosse linee, sia per
cercare di prevenire i capricci, sia per riuscire a venirne a capo in
modi adeguati, una volta che il capriccio è scoppiato.
I capricci sono fenomeni relazionali.
Troppo spesso viene da considerare il capriccio come fosse una cosa che
riguarda soltanto il bambino. Con l`aggettivo “capriccioso”, si è
tentati di ridurre il capriccio addirittura a una caratteristica
personale del bambino. Ma non esiste nessun bambino che faccia un
capriccio quando si trova da solo. Perché si strutturi un capriccio, è
necessaria la compresenza del bambino e di un qualche adulto cui il
bambino è e si sente affidato. I capricci, infatti, sono fenomeni
relazionali. Nascono all`interno della relazione, si svolgono
all`interno della relazione e mirano (sia pure malamente) a modificare
qualche cosa di importante nella relazione.
I capricci si svolgono sempre su due piani.
Sembrerebbe impossibile che un bambino sia davvero angosciato e davvero
furibondo solo perché, per esempio, al supermercato vuole il gelato e
la mamma non glie lo vuole comprare. Sembra davvero una assoluta
insensatezza che dia tutta quella importanza a un gelato. Anche per
questo il suo capriccio suscita risposte così irritate e
controaggressive.
Il fatto è che i capricci si svolgono sempre su
due piani: l`uno, quello esplicito, che coinvolge cose sciocche
pressoché irrilevanti per entrambi i partner relazionali (come il gelato
dell`esempio); l`altro, quello importante, implicito, di cui entrambi
non sono consapevoli, se non in modo piuttosto vago. Per di più, quasi
sempre ne è un pochettino più consapevole il bambino che non il
genitore.
Il piano esplicito. Qualsiasi
oggetto, o azione, o evento, o possibilità può essere il centro attorno
al quale si struttura il piano relazionale esplicito del capriccio. Da
parte dell`adulto, la cosa per cui viene scatenato il capriccio è sempre
considerata di per se stessa una sciocchezza: o per la qualità (“Ma
insomma: basta! Non è che un gelato!”), o per la quantità (“Smettila! Te
l’ho già preso tre volte, oggi!”). Al contrario, per il bambino la cosa
sembra avere assunto un`importanza assoluta, quasi fosse questione di
vita o di morte. Il fatto è che, sotto sotto, anche per il bambino la
cosa esplicita non ha un grande valore di per se stessa. Ha valore, sì,
ma come rappresentante di quello che si svolge sull`altro piano: quello
importante, quello implicito.
Il piano importante, implicito.
Il piano importante, implicito, quasi mai è immediatamente evidente,
anche se gli indizi di esso sono sempre squadernati lì davanti agli
occhi, pronti ad essere decifrati per chi li sappia cogliere. Il bambino
fa di tutto (malamente, purtroppo per entrambi) per far cogliere
all`adulto questi indizi, però senza quasi mai riuscirci, soprattutto a
causa dei modi rabbiosi, rivendicativi, irritanti messi in atto.
Quello che si gioca sul piano importante, implicito, può riguardare
molti aspetti della vita mentale e relazionale del bambino, della vita
mentale e relazionale dei genitori, e - direttamente - della relazione
tra il bambino e l`adulto cui egli si trova affidato (che non è detto
debba necessariamente essere uno o entrambi i genitori). I più frequenti
aspetti in gioco (visti dalla parte del bambino) sono i seguenti:
a) “Ho bisogno di un segno concreto del tuo amore per me, perché non
sono sicuro che tu (in questo momento, o in questo periodo, o in ogni
momento) mi ami”.
Questo bisogno di rassicurazione sull`essere amato
può dipendere da moltissime circostanze. Potrebbe essere che il
genitore in quel periodo è davvero distratto da preoccupazioni e
problemi “da grandi”, che lo allontanano mentalmente e magari anche
fisicamente dal bambino (questioni di lavoro, disgrazie, difficoltà
economiche, difficoltà relazionali col partner amoroso, studio, attesa
di una promozione, forte interesse per qualche cosa, ecc.).
Può
essere che il bambino dubiti dell`amore dei genitori per lui, perché è
in arrivo (o è già arrivato) un fratellino o una sorellina. “Che bisogno
avevano di farne un altro? Forse li ho delusi”.
Il bambino potrebbe
essere angosciato perché ha sentito che mamma e papà intendono
separarsi, o ha visto che realmente si sono separati. “Se si separa da
papà, magari questa qui si separa anche da me, e io resto tutto solo”.
Ma ci possono essere altre motivazioni, quali il sentirsi in colpa
verso l`adulto: “Ho bisogno di essere rassicurato che la mia colpa non
ha fatto venir meno il tuo amore per me”. Oppure: “Mi sento trascurato
su qualche cosa di importante per me, per cui ho bisogno di un gesto
concreto che mi testimoni che mi vuoi bene”; “Sento te come distratto,
addolorato, depresso, preoccupato, fragile, bisognoso, confuso,
entusiasta per qualcosa d`altro, ecc., per cui temo (o percepisco) di
avere perduto il tuo amore, e cerco una rassicurazione. Ho bisogno di
mettere te alla prova”.
b) “Ho bisogno di sapere quanto potere ho io, sia in assoluto sia nella relazione con te”.
Il potere è quella funzione relazionale che fa sì che un`altra persona
faccia qualche cosa che altrimenti non farebbe. “Ho bisogno di mettere
me alla prova”. Posso anche avere bisogno di verificare quanto tu
accetti che anche io possa avere un po` di potere su di te, e non solo
tu su di me. Posso, infatti, essere angosciato sia se ho troppo potere
sia se ne ho troppo poco. Ho bisogno di verificare quanto potere ho, da
un lato per non sentirmi in balia soltanto di me stesso (cioè: non
affidato a nessuno), e dall`altro lato per non sentirmi schiacciato
dalla prepotenza degli altri, te compreso.
Percepire di avere un
effettivo potere è spesso una scorciatoia per riuscire a percepire se
stesso come soggetto della propria vita e della propria esperienza nella
propria rete relazionale, e non come sottomesso. Certi atteggiamenti
realmente prepotenti, realmente “sadici”, nascono dall`incapacità di
soddisfare in altri modi il fondamentale bisogno di sentirsi
riconosciuto come soggetto.
c) “Ti segnalo che non stai gestendo
adeguatamente il tuo potere con me, mentre io ho bisogno che tu lo
eserciti adeguatamente, in modo più chiaro, coerente ed esplicito, così
che io possa orientarmi meglio e trovare così sicurezza”. In questo
caso, col capriccio il bambino provoca l`adulto, per poter avere la
percezione di essere importante per lui. Gli segnala che ha bisogno che
nelle interazioni con lui vengano attivate funzioni “paterne”, benevoli
ma ferme, che sanciscano i limiti e le regole. Ha bisogno, in sostanza,
che l`adulto gli dica “No”, con fermezza e con chiarezza.
Spesso,
quella di ricevere regole ben definite e vincolanti è un`esigenza di
percepire attorno a sé un mondo in cui ci si possa muovere con una
sufficiente sicurezza, come potrebbe essere per noi adulti l`esigenza
che si installino dei chiari ed univoci segnali stradali nel traffico
convulso. La fermezza, la coerenza e la sensatezza nel porre le regole
fanno parte dell`amorevolezza. E il bambino lo sente.
d) “Ho bisogno di sapere se la persona cui sono affidato è sufficientemente stabile e forte”.
Poche cose sono così angoscianti per un bambino come il constatare che
l`adulto cui è affidato è una specie di fragile marionetta in suo
potere. L`insicurezza devastante che ne deriva talvolta viene dal
bambino affrontata assumendo lui la parte di quello “forte”, che impone
il proprio volere. Ma, inevitabilmente, lo farà come può farlo un
bambino, senza gran che di esperienza di vita. Sarà, allora, una specie
di caricatura di “forza” e di “sicurezza”. Tenderà, così, ad assumere
atteggiamenti dispotici, dittatoriali, che rischiano addirittura di
intimidire l`adulto insicuro, soprattutto se si sente per qualunque
motivo colpevolizzato verso il bambino medesimo.
e) “Ho bisogno di sapere che non sono solo affidato a te, ma che ho anche un certo grado di autonomia da te”.
Fin dall`epoca dell`allattamento il bambino ha, sì, bisogno di
affidarsi e di dipendere dalla mamma, ma ha anche bisogno di sentire
riconosciuto un certo grado (all`inizio piccolissimo) di autonomia (nel
ritmo e nella durata della suzione, per esempio).
Quando un bambino
sente preclusa ogni possibilità di riconoscimento delle sue proprie
competenze e del suo proprio realistico grado di autonomia, è possibile
che, prima di disperarsi del tutto, cerchi di “forzare” l`adulto con dei
capricci. Il guaio è che, di solito, in tal modo ottiene il risultato
opposto: si fa percepire, infatti, come troppo piccolo, inaffidabile,
“capriccioso”, da tenere ancor più sotto tutela.
f) “Ho bisogno di
percepire me come soggetto della mia vita e ti segnalo la necessità che
tu te ne accorga e che mi riconosca in questo mio bisogno”.
Per il
benessere psichico e relazionale, un elemento di base indispensabile è
avere la possibilità di sentirsi, di essere, e di essere riconosciuto
dagli altri come soggetto della propria vita e della propria esperienza.
Il bambino ha bisogno che sia sistematicamente riconosciuto dagli
adulti che si occupano di lui il valore del suo sentire, del suo
pensare, del suo desiderare e del suo volere. Questo non vuol dire che
gli si debba dare il potere su tutto e su tutti, o che si debba
sottomettersi al suo pensiero o al suo sentire, o che ogni suo desiderio
debba essere legge. Quello che lui sente, pensa, desidera e vuole è
importante, se ne tiene conto, ma deve inserirsi nel mondo complessivo
guidato dagli adulti, in cui le leggi le stabiliscono i grandi. Per il
bambino, come del resto per tutti noi, è più importante sentirsi
riconosciuto come soggetto desiderante, piuttosto che non ottenere la
cosa desiderata. Si può riconoscere che, sì, il gelato è una gran bella
cosa (anche se i dietisti, giustamente, non sono affatto d`accordo...),
ma che questa volta non lo si compera.
Ricapitolando e precisando: gli
ambiti in cui si muovono le interazioni sul piano relazionale
importante, implicito, del capriccio sono, dunque: l`amore; il potere
mio; il potere tuo; la forza, la stabilità e la chiarezza; l`essere
affidato e l`essere emancipato; la soggettività.
Comunque sia, tanto
sul piano relazionale esplicito di superficie, quanto su quello
implicito, nell`attivarsi di un capriccio avvengono delle interazioni
che è possibile riconoscere e che è necessario gestire in quanto tali su
tutti due i piani. Il bambino, nel momento in cui chiede qualche cosa
attraverso un capriccio, immette sui due piani della relazione almeno
quattro elementi: 1) il desiderio di superficie (per esempio: il famoso
gelato), collegato con il bisogno profondo (per esempio: la
rassicurazione sull`essere amato, o la chiarezza del rapporto di
potere); 2) l`aspettativa deludente e angosciante che il desiderio di
superficie non verrà soddisfatto e che il bisogno profondo verrà
misconosciuto; 3) l`espressione rabbiosa e la protesta contro questa
prevista frustrazione; 4) la spinta per costringere l`interlocutore a
modificare il proprio atteggiamento.
È ben comprensibile, allora,
che l`adulto, che si sente investito dalla turbolenza di queste “onde”
relazionali (angosciate, accusatorie, pretestuose, rabbiose), possa
perdere l`orientamento e annaspare.
Si resta spesso fissi sul piano
di superficie. Per come si presenta il fenomeno “capriccio”, quasi mai i
due che vi si trovano coinvolti (bambino e adulto) arrivano a cogliere e
a “negoziare” il rapporto sul piano relazionale importante, che così
rimane implicito: si fermano (quasi) sempre al solo piano di superficie,
che, come entrambi più o meno chiaramente sanno, è pretestuoso. Questo
ingenera frustrazione e rabbia in entrambi, sia nel mentre che si svolge
la relazione del capriccio sia dopo, quando il capriccio è stato
accantonato.
Quasi mai il capriccio viene superato.
Per fare questo, è indispensabile che sia individuato il piano
importante implicito e che le interazioni proseguano su quel piano,
abbandonando quello pretestuoso di superficie. Anziché risolto o
superato, quasi sempre il capriccio viene accantonato, perché le
interazioni permangono fino alla fine dell`episodio solo sul di per se
stesso irrilevante piano pretestuoso, e lasciano immodificata ogni cosa
sul piano importante, implicito.
L`uscita dall`episodio relazionale
del capriccio, infatti, quasi sempre avviene quando uno dei due “cede”,
“dandola vinta” all`altro sul piano pretestuoso, cosa che risulta
frustrante per entrambi i partner relazionali, e che lascia in entrambi
uno strascico di rancore e livore. Entrambi si sentiranno cattivi, e
quindi in colpa: sia il “vincitore” sia il “vinto”, comunque siano
andate a finire le cose.
La rabbia.
La rabbia che investe i partner relazionali durante l`episodio
“capriccio” ha molte motivazioni, la principale delle quali è il senso
di impotenza legato al fatto che si percepisce che ci si sta occupando
di una stupidaggine, mentre il vissuto è quello di chi sta trattando
qualche cosa di vitale. È principalmente l`equivoco che fa arrabbiare,
il sentirsi non capiti, non considerati e, soprattutto, contraddetti su
qualcosa di importante che viene misconosciuto. E che permane
misconosciuto, anche quando uno dei due la spunta. In ogni caso i due
restano rabbiosi, anche quello che viene accontentato, sia esso il
genitore o sia il bambino.
Pubblicità televisiva e capricci. La
pubblicità televisiva, nella quale sono quotidianamente immersi i nostri
bambini (come del resto noi genitori), favorisce gli equivoci fra
oggettino posseduto e realizzazione di sé, fra oggettino donato e
relazione di amore. Essa è, quindi, un potente terreno preparatorio per
l`instaurarsi della relazionalità “capriccio”, che, per l`appunto, è
strutturata sulla sostituzione di un piano profondo importante con un
effimero piano superficiale concreto.
Attenzione: non tutto è
“capriccio”. Ci sono espressioni eclatanti di angoscia disperata che non
sono “capricci” e che sarebbe deleterio considerare tali. In esse, è
differente la struttura relazionale: manca il livello superficiale
esplicito concreto (come il gelato dell`esempio ricorrente).
Il
bambino, per esempio, si rotola per terra, gridando disperato che a
scuola non ci vuole andare. È visibilmente angosciato, ma sembra non
sapere o non osare dire perché. Al bambino viene da imboccare la strada
di questo tipo di attivazione relazionale così clamorosa (anziché le
usuali modalità comunicative) quando sente o pensa di non poter trovare
ascolto o aiuto per ciò che lo angoscia oltre misura. Può essere che si
vergogni o che si senta in colpa a mostrare ai genitori la propria
angoscia e la situazione che la genera, e che dia per scontato che o non
verrà creduto, o verrà disprezzato, o verrà sgridato e punito.
L`angoscia può essere innescata dalla paura per un pericolo reale (Per
esempio: “Ci sono dei grandi che mi minacciano”), o per la previsione di
una intollerabile umiliazione (“Dovrò cantare davanti a tutti, e non
sono capace”).
Queste comunicazioni disperate devono essere prese
molto sul serio, facendo sentire al bambino che si ha una genuina
intenzione di capirlo e di aiutarlo, e che si sta dalla sua parte.
Bisognerà cercare di comprendere che cosa lo angoscia e perché,
aiutandolo poi ad affrontare la situazione in modi realistici ed
efficaci, magari inventando insieme opportune “strategie”. Spesso, già
il solo percepire di essere stato preso davvero sul serio costituisce un
valido aiuto, che facilita in lui il reperimento e l`attivazione di
proprie adeguate risorse.